Il podere quando non era ancora il Podere (parte 2)

Parte 2

Bentrovati carissimi.

Il Podere oggi. Come potete vedere la passione per le tavole e le candele è rimasta intonsa.

Sono felice di ritrovarvi qui nello spazio dove racconto del mio legame col Podere. Per chi si fosse perso la puntata precedente può trovare gli albori del podere qui.

Ci siamo lasciati a ristrutturazione finita dopo mille peripezie. Ricordo ancora la prima volta che ci abbiamo dormito. Mi sembrava di essere in campeggio.

Brandine per terra, fornellino a gas preso in prestito da nonna Silvana, tanto non era periodo di conserva di pomodoro, e una gioia indescrivibile che solo una lunga attesa ti può dare.

Da quella prima notte la comodità arrivò piano piano anche al podere con la “p” minuscola. Arrivarono i letti, o meglio, babbo con bruschino alla mano e tanta cera, li ristrutturò, come pure varie credenze e comodini, tavoli e sedie, madie e chi più ne ha più ne metta. Tranquilli, le madie al plurale stanno lì solo per una scelta stilistica, ne abbiamo una sola in casa, come tutte le persone sensate.

Insomma dopo tanta fatica iniziò la parte piacevole.

Iniziammo a fare festa.

Io, poco più che quindicenne (ricordo ai nuovi arrivati che nella puntata numero 1 ho strappato una promessa ai lettori, vedi la promessa qui), ho fatto festa più di tutti.

C’erano le feste estemporanee, ma anche quelle ricorrenti. Per le feste ricorrenti, ovvero le “pizzate” e il mitico “River Trophy” vi invito a leggere qui.

Ma per la festa dei lumini rimanete pure su questa pagina. Dato che mentre leggete queste mi sintetiche righe (puahahahah al sintetico mi viene da sorridere poverivoicheancoranonsapetecosaviaspetta) non potete vedermi, vi dico che già al ricordo mi vengono gli occhi a cuore.

Ero già cresciutella, avevo si e no…23-24 anni (bei tempi) e il gruppone di amici era una risorsa più unica che rara. Come ben saprà chi mi conosce un pochino, sono sempre stata un po’ vecchietta dentro, appassionata già all’epoca al vintage, dalle colonne sonore agli oggetti. Tenevo come le cose sacre il vecchio giradischi di babbo, ovviamente con dischi annessi, e adoravo candele e lumini alla citronella.

La serra dell’appartamento Nepitella, vestita a festa in uno shooting di questi giorni, per testare la tavola del Natale.

Si, esatto quelle piaccelle giallo fosforescente nel coccino. Spero con questa mia confessione sui tempi che furono, non abbia rovinato l’atmosfera del racconto.

Beh, quella passione per candele e citronelle aveva anche un risvolto pratico. Il podere con la “p” minuscola non era certo come il Podere con la “p” maiuscola, il giardino era completamente buio (a parte un faro arrivato non ricordo come dall’Inghilterra che se ti accapavi un attimo fuori dall’uscio ti abbronzavi di più che con una seduta di lampada abbronzante dall’estetista, e se sfortunatamente una macchina si trovava a percorrere la strada sul colle alle nostre spalle, rischiava di uscire di strada da quanto era potente e ti rendeva cieco all’istante. Quindi per coscienza e senso civico non lo accendevamo mai).

Indi per cui, se non volevamo inciampare in un cinghiale, dovevamo accendere candele e citronelle.

Mi sto accorgendo che vi voglio parlare di un ricordo bello, romantico e poetico, ma che tra cinghiali e citronelle oggi vi sto castrando il romanticismo. Vabbè, oggi m’è presa così.

Il candelabro di vetro verde di Empoli, fatto da nonno Renzo quando lavorava in vetreria.

Quindi tornando a noi. Iniziò il filone delle cene dei lumini.

Immaginate un giardino buio che più buio non si può, centinaia di candele sparse sul prato, sui panchetti e sui tavoli. Un giradischi degli anni ’60. Gino Paoli, Mina, Milva, Gianni Morandi, Lucio Dalla, Toni Dallara e tutti i loro amici che cantavano per noi con la voce macchiata dalla polvere. Cibo a volontà sui tavoli, il fresco delle sere d’estate al Podere (quello non è cambiato di una virgola), le lucciole che danzavano tra i papaveri ed i girasoli nella vallata, un gruppo di ventenni che vivono i loro vent’anni con i loro drammi e le gioie immense tanto non poterle contenere in nessun corpo umano.

Quell’immensità di emozioni me la ricordo ancora. Anche i drammi, i dolori che ti strappavano la pancia erano belli.

Eravamo tutti belli con la nostra autenticità.

La tavola, il table setting, la convivialità, l’atmosfera unica delle candele. Ancora oggi la mia passione.

Ecco, sono spariti i cinghiali e il giallo fosforescente delle citronelle. Ora c’è spazio solo per quell’emozione ritrovata.

A presto bellocci.

Il podere quando non era ancora il Podere (parte 1)

Il Podere San Bartolomeo oggi. Ph Gaël Bassetto la tavola di Gaël

Puntata 1

Da qualche giorno siamo tornati (no, non vi preoccupate non è un plurale majestatis alla mago Otelma, ho mantenuto, nonostante l’assenza dai social, la mia integrità mentale!), Io e la mia famiglia intendo, a vivere di più il Podere.

Come succede spesso in inverno, quando siamo chiusi e apriamo le danze alle pitture, alle modifiche, al restauro, ai nuovi progetti.

E tutte le volte che arriva questa fase, come un vortice potente, come un Twister inteso come il tornado del film, come una cascata potente, mi ritrovo a pensare al podere prima del Podere, alle storie dei vecchi, alla vita qui sul poggio prima del mio arrivo, alle leggende…

A volte Ve ne parlo, ma ho sempre l’impressione di non riuscire a raccontarvi veramente ciò che intendo, ciò che mi lega profondamente a questo luogo, ciò che il viverlo e il prendermene cura mi ha fatto scoprire.

Ecco quindi la prima puntata per provare a raccontarvi tutto quello che ho nel sangue e nella pancia. Vi state domandando quante puntate saranno vero? Dite la verità! Boh, non lo so. Dipenderà da voi, dalla vostra resistenza, dalla vostra curiosità, dalla mia resistenza e dai miei ricordi.

La serra dell’appartamento Nepitella da due persone, dove era la concimaia.

Iniziamo?

Da dove… vediamo…

Prendiamo come momento x il giorno in cui il podere è diventato del mio babbo.

Quel fatidico giorno x (era l’89 e avevo 15 anni. Vi prego. Non fate conti ne a mente né con la calcolatrice durante questi racconti) il podere con la “p” minuscola, mi raccomando state attenti a questo particolare durante tutto il racconto, valeva 20 milioni. 20 milioni la terra e zero lire la costruzione.

Omammina devo fare una precisazione! Siete tutti giovani e sicuramente qualcuno di voi non ricorderà di quel tempo lontano, nel lontano 1900, in cui noi umani pagavamo in contanti, con una moneta che reggetevi bene si chiamava lira (lira, sconosciuta parola anche al signor Google che insiste a correggerla scrivendola “l’ira”) ed il suo simbolo era questo…vediamo se nella tastiera del sopracitato signor Google lo trovo … No, mi dispiace, non esiste più questo simbolo, rimarrete col dubbio, sorry).

Quindi no, non siamo e mai saremo milionari nell’epoca dell’euro.

Appartamento Nepitella

Ma non perdiamo il filo, la struttura, bada bene, non l’ho chiamata casa, valeva 0 lire.

Era un rudere scortecciato, aggrappato con le unghie e con i denti su un cucuzzolo di pietra serena. Era un vero e proprio cucuzzolo, perché quando si arrivava al podere di Limite (leggi Limite sull’Arno per i non autoctoni) con la macchina, una vecchia Giulietta marrone (quella col culo all’insù, si obbrobrio lo so anch’io) e si parcheggiava davanti all’uscio stava talmente in pendenza che ti dovevi affrettare a uscire perché gli sportelli si chiudevano da soli e rischiavi una portellata sul groppone.

Quando nonno Beppino regalò il podere a babbo, babbo decise di ristrutturarlo, prese di bischero da diverse persone. Ma che ti metti all’anima, ma non lo vedi in che condizioni è quel rudere. E lui testardo coi paraocchi andò avanti.

Invece dell’organizzata ditta di costruzioni scelse un muratore mingherlino e suo figlio, un po’ più in carne di lui, ma tutti e due con dei riccioli biondi fitti fitti e definiti che mi incantavo continuamente a guardare. E per tutto il resto ingaggiò il tuttofare dell’ospedale vecchio. Sapeva fare l’elettricista, l’idraulico, era, anzi è, una persona che sa ragionare sulle cose, una persona geniale e creativa, che sa trovare soluzioni belle ad ogni tipo di problematica. Anche lui aveva i riccioli.

Iniziò così un’avventura impegnativa ma bellissima, che ricordo ancora nel dettaglio nonostante i miei 15 anni (noooooo, vi ricordate la promessa che mi avete fatto? Mettete giù la calcolatrice!).

Un’avventura piena di scoperte, smacchi a chi prendeva in giro (per non dire alla toscana, a chi prendeva per il c…., Ma dato che non so se all’ascolto ci sono persone fini e sensibili mi astengo), e di rinascita.

Camera al piano terra dell’appartamento Pepolino, dove era la capanna degli attrezzi. Ph Gaël Bassetto

Forse un po’ la storia qualcuno tra i presenti la conosce già, ma repetita iuvant.

Beh, sotto quell’intonaco, di un colore imprecisato, scortecciato e pieno di bolle, si trovava una piccola pieve romanica. Piccina eh, ma pur sempre del 1100, con pietroni squadrati perfettamente combacianti, con archi abside e tanta storia vibrante che se vieni al Podere (NB. questa volta con “P” maiuscola) e metti timidamente la mano sulle pietre ci prendi una scossa che quella di McFly in Ritorno al futuro quando tornava indietro nel tempo non era nulla. Te però in quel caso torni a dire la messa coi frati.

In quella ristrutturazione abbiamo trovato diverse difficoltà. Più di una volta infatti il gran saggio Orfeo ha scosso í capo in segno di rammaricato sconforto. La prima volta è stata quando per far tornare non solo al suo splendore, ma anche ad un comprensibile livello di riconoscibilità l’abside, abbiamo buttato giù l’immenso forno a legna che poteva contenere nientepopodimeno che 14 chili di pane. Né un chilo di più, né un chilo di meno. In memoria di quei momenti da panetteria abbiamo conservato la pala che serviva per far lievitare e infornare il succitato pane.

Adesso è in bella mostra, a mo’ di mensola sopra la madia che era della mamma di Orfeo. Tanto per rimanere in tema.

La stanza dell’abside, anche se non si vede molto bene

Un altro momento cruciale sottolineato sempre con una dondolata di capo, è stato quando al posto del moderno (vabbè dai, lo so che c’era già al tempo dei romani, ma seguimi nel discorso senza sottilizzare tanto), liscio e pulito intonaco, babbo decise di sabbiare le pietre di tutta la casa (si, nel frattempo non era più una generica costruzione, ma era diventata una casa) per riportarle al loro antico splendore, e per fortuna che per quasi un millennio erano state coperte dall’intonaco, perché nonostante avessi 15 anni (ricordatidellapromessa), quella bellezza riportata alla luce, mi stava per scatenare la sindrome di Stendhal.

Quale fu il commento di nonno Beppino che seguiva attentamente i lavori da casa? -ora tu lo vedi con tutte quelle pietre all’aria che porverone!-. No, non ho sbagliato a scrivere, in toscana si parla così. Anche quelli che sui social provano a dire la “c” a casa parlano così.

A questo punto s’è fatta una certa, non ho calcolato il tempo di lettura da mettere all’inizio del racconto come fanno quelli bravi, ma temo che se all’inizio scrivessi “tempo di lettura tre quarti d’ora” non mi si filerebbe nessuno. Quindi è bene non saperlo.

Grazie a tutti per essere arrivati fino a qui, più vecchi, ma più saggi che mai

Ah a proposito di più saggi.

Cosa ci riprendo da questo racconto? La morale forse è la solita di Cenerentola e del brutto anatroccolo…che anche se vi dicono che valete zero lire (o zero euro se vogliamo tornare ai tempi nostri), sotto l’intonaco scortecciato di ognuno ci sono sempre bellezze e rarità da scoprire.

Ah, tanto via…tre quarti d’ora o un’ora cambia poco, ricordiamoci un’altra cosa: che le banalità, non sono altro che cose ovvie ed evidenti, che ci ostiniamo di non ascoltare, o vedere, quindi vanno ripresentate più e più volte.

Alla prossima puntata bellocci.

Amore

L’amore che nutro per il Podere affonda le radici in tempi lontani.

Oggi ho voglia di raccontarvi perché mi sono innamorata di questo luogo.

Ero piccola quando andavo a fare il pic-nic sotto il sorbo con Chiara, la mia storica amica delle elementari. Eravamo diverse in tutto io e Chiara, e forse quello era il nostro segreto, eravamo complementari, le nostre vite continuano ancora oggi ad incrociarsi ed è sempre una gioia quando questi incontri possono avvenire. Il sorbo è un grosso albero al di là della strada, nel podere vero e proprio non potevamo stare perché Orfeo (andate a vedere chi era Orfeo cliccando qui) doveva lavorare, noi eravamo piccoline, non potevamo dare noia. Gli ingredienti principali di tutti i pic-nic con chiara erano la coperta, per stare sedute in terra (anche quando i pic-nic li facevamo in casa), ma soprattutto Fruttolo, un formaggino che sembrava uno yogurt, ma che sembrava anche una BigBabol, ma che sembrava anche Didò, io adoravo quello alla fragola, in realtà non so nemmeno se lo facessero anche in altri gusti, tanto io volevo solo quello alla fragola.

Ancora oggi i pic-nic sono molto graditi

Erano ancora gli stessi anni quando si facevano i pranzi per la vendemmia. La mattina tutti a tagliare i grappoli d’uva, poi nel lungo garage dove solitamente stava il trattore, la mamma di Orfeo (ah…non siete ancora andati a vedere chi fosse? Beh siete sempre in tempo cliccando qui) cucinava per tante e tante e tante persone, a me sembravano un’infinità, anche perché lei era piccola piccola e gracilina. Il pranzo era buono quasi come quelli che preparava nonna Silvana, quasi.

La natura, il panorama, il tramonto al Podere sono indescrivibili

Ero un pò più grande quando oramai quindicenne iniziammo a fare, ad ogni primavera, il “River Trophy” con gli amici. Da tamarroni anni 80 andavamo in bosco con le nostre peggiori scarpe, ma rigorosamente muniti di stereo con le cassette, la compilation la registravamo tutti tutti gli anni con gli ultimi successi, Francesco si sacrificava tutti gli anni per portare quel cassettone chiassoso, e scendevamo nel fresco del bosco, seguendo i viottoli che tracciava Orfeo ogni mattina come un bellissimo disegno (bravi…vedo che a questo punto siete già andati tutti a vedere chi fosse il mitico Orfeo, bravi!). Il percorso era sempre lo stesso: andavamo alla cascata, ammiravamo quell’acqua che arzilla scendeva giù e via a risalire il ruscello con le nostre scarpe peggiori, perché oramai veterani sapevamo che saremo finiti con i piedi e tutto il resto in mezzo all’acqua, pur stando attenti, ma in fondo era quello il bello. Poi si arrivava sotto la casa del pastore, sempre con lo stereo acceso portato da Francesco, che lui no, non poteva cadere in acqua. Uno dei momenti che preferivo era quando si arrivava al ponte mediceo, mi faceva un pò paura perché lo vedevo poco stabile, ma era tanto bello e poetico, ed in quel preciso punto io immaginavo di veder arrivare Cosimo de Medici seguito da Rinaldo degli Albizzi a cavallo. Poco più avanti la nostra meta, una chiesina sconsacrata e diroccata con una scalinata d’ingresso in pietra, bellissima, che nei miei sogni folli immaginavo di poter infilare nello zaino per sostituire la nostra, che non mi piaceva per niente. Scontato ed ovvio, il fine finale era la spaghettata che facevamo tutte le volte, alle 12,30 in punto nel giardino ancora spartano del Podere, e come era bella anche questa tavolata lunga lunga.

Le tavolate lunghe lunghe lunghe ci piacciono tanto ancora oggi. Ph di Sara Stefanini

Poi ci sono le pizzate con gli amici. Si, avevamo, abbiamo, un piccolissimo forno a legna che poteva cucinare ben…una pizza alla volta, in barba al vecchio forno costruito nell’abside, dove la mamma di Orfeo (che, dite la verità, oramai deve essere per forza diventato uno di famiglia) cuoceva ben 14 chili di pane. Ai tempi ancora non avevamo il nostro lievito madre, andavamo al forno dietro casa ad Empoli a prendere l’impasto per la pizza, che ahimè perdonatemi, stendevamo col mattarello. Comunque le dimensioni non contano, ed io sfornavo pizze e focacce (che dalle mie parti si chiamano schiacciate) anche per 30 persone, dico 30 amici giovani e affamati, e a fine serata si faceva la pizza maialona per finire tutti gli ingredienti. Ma erano proprio buone quelle pizze, sarà che all’epoca bastava stare con gli amici per essere felici, sarà stato il saporino che il legno di ulivo lasciava in cottura, sarà stato l’olio buono, che è lo stesso di ora in verità, sarà stato che prima gli esperti culinari non esistevano e bastavano le cose genuine fatte in casa, per sembrare di essere in paradiso, sarà tutto questo, ma quelle pizze, e quel caldo, me li ricordo ancora!

Oggi la pizza la facciamo col lievito madre. Ph di Sara Stefanini

Sentite, dato che non sono ancora a metà racconto, ma penso a questo punto di aver perso la metà di voi dal sonno, che ne dite se si continua un’altra volta? Che ho ancora da raccontarvi delle feste dei lumini, e di tutte quelle più recenti, anche di quelle dove il Podere, come lo potete vedere oggi, era già nato.

Dai, se ne parla un’altra volta. Vi saluto.

A presto

Silvia

Il cuore del Podere San Bartolomeo

contadino del podere nella campagna toscana, adesso sono nati appartamenti per vacanze

Il Podere San Bartolomeo ha una storia lunghissima che inizia un giorno nel lontano Medio Evo con qualche monaco che costruisce la Pieve Romanica dedicata San Bartolomeo, il protettore dei bambini.

Tante e tante volte passando le mani sulle belle e grandi pietre della Chiesina ho immaginato i monaci che col sudore hanno scalpellato, levigato e spostato con pochi attrezzi le pesanti pietre dell’abside, degli archi e delle spesse mura.

Quando mio nonno nel 1954 acquistò il podere, non si sapeva cosa ci fosse sotto l’intonaco scrostato e dietro ad un forno a legna che con enorme vanto della mamma di Orfeo, poteva contenere ben 14 chili di pane.

Orfeo, si Orfeo era la vera anima del Podere. Orfeo era il mezzadro del Podere, probabilmente uno degli ultimi della toscana. Orfeo ha amato questo luogo, ha vissuto queste antiche mura con la sua famiglia, ha amato questa terra più di se stesso, ha protetto il raccolto, era un tutt’uno con le vigne, ma ancora di più con gli olivi. Una volta andai con lui a potarli, nell’oliveta dietro casa. L’olivo doveva prendere aria e luce, c’era da parlare con le foglioline, se erano a testa alta voleva dire che la migna sarebbe arrivata proprio li sotto, ed il ramo proprio non si poteva tagliare, l’albero era proprio come una persona che se eravamo bravi ad ascoltare ci avrebbe comunicato i suoi bisogni. Era anche un apicoltore, adorava le sue api, parlava anche con loro, aveva imparato anche la loro lingua, e quando gli dissi che quell’anno a marzo ci sarebbe tanto piaciuto andare con lui alla fiera più importante sul tema, prima gli brillarono gli occhi, poi incredulo mi disse -ma davvero ti interessano queste cose?-. poi purtroppo a quella fiera non ci siamo andati.

Il Podere nel cuore
ph di babbo

Orfeo non aveva la patente, non aveva mai voluto prenderla. Però aveva una bicicletta bellissima, verde come il suo grande ombrello verde. Poi per questioni di salute gli proibirono di salire in bicicletta, e dato che lui andava sempre avanti e non si guardava mai indietro, si prese un bastone. Nodoso e ruspante come era lui. Perfetto per sostenere le sue lunghe gambe. Ai piedi portava sempre le sue scarpe di vacchetta ammorbidite con la sugna, un tocco di lardo giallo che era sempre appeso in dispensa, pronto all’uso.

Orfeo è sempre stato la memoria storia del Podere, ci aveva vissuto, sempre, ci viveva anche quando non ci viveva più. Sapeva tutti i venti che tiravano al podere, sapeva cosa portavano e cosa portavano via, sapeva leggere le nuvole in cielo, alcuni venti li aveva anche ribattezzati.

Orfeo quando il mio babbo ha ristrutturato il Podere per la prima volta, non ci abitava più al Podere. Aveva una bella casa in paese con la mamma ed i suoi fratelli. Ma tutte le sante mattine alle 4,30 in estate e alle 5,30 in inverno arriva sul Colle, prima con la sua bicicletta verde poi col suo bastone nodoso. Aveva la sua stanza col camino, la sua cucina, il suo pecorino di Gianluca per “culizione”, no, non era una colazione quella che faceva lui alle 8,30 dopo quasi una mezza giornata di lavoro già trascorsa, era un pranzo la sua “culizione”, fatta di pane, pecorino, affettato e un bicchiere del suo vino. lo faceva lui il vino al podere, e da quando non c’è più lui a farlo il vino a me non piace più molto, non ce la faccio…faccio sempre il confronto col suo. A lui il vino del nostro vicino di casa non piaceva, era troppo sofisticato, era troppo” sempre uguale tutti gli anni”, ma come si fa a farlo sempre uguale tutti glia anni?

Lui che quando facevi una bischerata nell’orto era sempre lì, dietro le tue spalle a scuotere la testa e a dire -Bè capo di lavoro tu ha fatto-. Poi silenzioso, con movimenti lenti, prendeva le forbici o la zappa e ti faceva vedere.

Lui sapeva tutte le leggende della “Chiesina”, che non si sapeva mica perchè si chiamava Chiesina ai suoi tempi, quello si scoprì solo nell’89, e quando si scoprirono le speigazioni a quelle leggende, mica gli piacque tanto a lui.

Lui arrivava alle 4,30 in estate e alle 5,30 in inverno anche con l’acqua, tanto aveva il suo grande ombrello verde, anche con la nebbia, tanto conosceva la collina ad occhi chiusi, anche con la grandine e con la neve, tanto aveva le scarpe di vacchetta con la sugna, anche con la calura estiva, tanto arrivava mentre il sole sorgeva.

Lui era ruvido e di poche parole, ma gli si inumidivano gli occhi se capiva che amavi il Podere come lui, lui era ruvido e di poche parole tranne con Vittoria Zoe, era uno dei pochi che riusciva a chiamarla Vittoria Zoe proprio perché quello è il suo nome, lui era ruvido e di poche parole tranne quando guardava Leonardo neonato. Lui non era ruvido e di poche parole. Era ruvido e di poche parole solo agli occhi di chi non lo conosceva.

Lui e’ l’anima del Podere San Bartolomeo. Lui è ancora dentro i tini che abbiamo messo in giardino, perché solo se ci entri dentro li pulisci per bene, Lui è ancora con le spalle appoggiate al muro De Medici a dormire a primavera, Lui è ancora nella vigna, Lui è ancora sulla scala a raccogliere le olive, quella che è diventata il baldacchino nella camera dell’appartamento Ramerino, Lui lo vedo arrivare dal viottolo nelle giornate di nebbia, silenzioso, con la sua bicicletta verde in mano.

Lui che è, ancora oggi, il cuore e l’anima del Podere San Bartolomeo.

Il Podere sotto i piedi
Ph Sara Stefanini

Il pentolino rosso

Pentolino rosso con risotto di verdure

La cucina fa parte di me da sempre. E’ quel luogo magico dove era concesso sentirsi competenti, divertenti, adulti, bambini, gioiosi e spontanei. Tutti.
Ricordo un episodio, avevo 3 anni. Era una domenica trascorsa a casa di nonna Silvana e di nonno Renzo, in campagna. Nella casa dove il gazebo in ferro battuto a primavera si profumava col glicine, dove i miei piedi nudi camminavano sul marciapiede caldo d’estate, dove le vigne si coloravano di giallo in autunno e dove il maialino, quello a cui davo sempre le ghiande, era tutto rotto in inverno.  
Nonna era in cucina e stava preparando il minestrone fatto con le verdure del suo orto, io lì accanto a lei che la osservavo, e vedevo che c’erano tante bucce, tante verdure scartate, messe in un angolino, pronte per essere buttate via. Proprio in quel momento impettita col mio bel grembiulino personale, le chiesi un tagliere e mi misi a tagliare, affettare, sminuzzare, condire, salare con le mie manine lunghe e secche. Volli fare anch’io il mio bel minestrone…per le galline, poverine, mangiavano sempre le stesse cose! Presi un pentolino rosso che esiste ancora, iniziai a metterci gli ingredienti senza preoccuparmi troppo di lavarli, mi feci aiutare da nonna Silvana a metterlo sul fuoco, aggiunsi il riso e lo feci cuocere lentamente.
Mentre “badavo” il mio ciottolino arrivò babbo Roberto, incuriosito dalle mie manovre ai fornelli si avvicinò alla succulenta prelibatezza e nello stesso esatto momento che mi chiedeva cosa fosse quella “cosina buona”, già aveva brandito la forchetta e portato alla bocca il mio fiero risotto per i polli. Insomma, quel risotto i polli non lo mangiarono mai, babbo si, ignaro fino all’ultimo boccone che la ricetta da me sperimentata poco avesse di igienico. 
Ricordo perfettamente di aver riso a crepapelle, ma anche del piacere provato per aver fatto, non volendo e con tanto divertimento, il mio primo piatto commestibile.
Questo piacere provato cucinando il mio primo piatto in cucina è stato il canale di accesso per tanti luoghi dentro di me, per la sperimentazione di altri modi di stare con le persone, per la possibilità di condividere esperienze e momenti di vita con gli altri. 
Ecco a voi Sir Pentolino Rosso